«È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie? […e viceversa?]». La domanda perentoria e come sempre caustica rivolta dai farisei a Gesù nel Vangelo di Marco (10,1-12), sembrerebbe volerci mettere con le spalle al muro fin dalla prima uscita di questa rubrica dedicata al Vangelo.

L’argomento è quanto mai dibattuto, ma soprattutto delicato e decisivo per i cristiani (e non solo) di ogni tempo. Il rapporto di coppia – che il Creatore ha definito, sin dalle origini (cfr. Gen 2, 25), come la relazione matrimoniale tra l’uomo e la donna – è il modello del progetto di vita voluto da Dio per i suoi amatissimi figli. Probabilmente vi domanderete: “Ma come, tu che sei prete, celibe, affermi che il modello di vita è quello del matrimonio tra un uomo e una donna? È una contraddizione con ciò che vivi!!!”. In realtà, il matrimonio è il modello di tutte le forme vocazionali poiché tutti (anche i preti) ci realizziamo nella carità, cioè nell’esperienza del dono reciproco. Sottolineo decisamente il termine carità, charis, come dono libero di se stessi per il bene altrui. Nel matrimonio l’uomo e la donna si donano reciprocamente fino a divenire “una sola carne”, una sola realtà inscindibile non per obbligo ma per costituzione originaria: «E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Dio è amore e ci ha creati simili a Lui, cioè fatti per amare. Allora la risposta alla domanda dei farisei può essere tradotta così: non è lecito ripudiare perché ciò è contrario alla nostra origine, alla nostra identità.

Pensiamoci!!! Il Signore Gesù vi benedica!

 

Don Stefano, 8 giugno 2018.