Famiglie e Infanzia per il benessere sociale

L’Italia, lo sappiamo, ha circa 60 milioni di abitanti. Quello che forse sappiamo meno è che sono distribuiti in 24.611.766 famiglie, di cui circa 7,5 milioni di famiglie unipersonali – i e le single – e 16.648.813 nuclei familiari di almeno due persone.

Nel 2016 i matrimoni continuano a crescere, in linea con l’aumento già riscontrato l’anno precedente: si passa dai 194.377 matrimoni del 2015 ai 203.258 del 2016. Le separazioni legali passano da 91.706 del 2015 a 99.611 del 2016 e i divorzi aumentano in misura marcata, in seguito anche all’introduzione del cosiddetto ‘divorzio breve’, passando da 82.469 a 99.071.

 I nuclei familiari con almeno un componente straniero residente sono 1,6 milioni, le coppie sono circa un milione, di cui 680 mila con entrambi i componenti stranieri e 320 mila coppie miste, composte cioè da un cittadino/a italiano/a e uno/a straniero/a.  Nel periodo compreso tra luglio 2016 e il 31 dicembre 2017 sono state costituite in totale 6.712 unioni civili, di cui il 70% tra uomini (4,7 mila unioni) e il 30%, circa duemila, tra donne.

Come i numeri ci raccontano la famiglia di oggi è molto variegata e complessa e sempre più si parla di famiglie e non di famiglia, per sottolineare la ricchezza di interconnessioni possibili.

Da questo quadro emerge come l’individualizzazione da una parte significa dissoluzione di forme di vita precostituite (es ruoli legati al genere, famiglia, vicinato, classi e ceti) e anche crollo delle biografie usuali con un transitorio abbandono o perdita di riferimenti, la necessità di scelta come situazione costante e si trasforma in biografie della scelta o del fai da te. L’individualizzazione quindi propone una lettura inter-connessa tra processi individuali e processi sociali, indebolimento delle mediazioni, rispecchiamento tra mondo interiore e complessità sociale. Come in questo contesto si può parlare d’identità tra la necessità di differenziarsi ma anche di riconoscersi ed essere riconosciuti? Come orientarsi in un contesto sociale che si ridisegna con nuove anomalie e conflitti tra valori? Quale controllo a fronte dei forti interessi che i soggetti giocano nell’azione sociale?

I percorsi che si occupano di famiglie e minori in questo contesto non possono esimersi ad una lettura attenta dei fenomeni e ad una nuova interpretazione e declinazione del benessere e della salute che possono caratterizzare i progetti di vita dei singoli, delle famiglie e delle comunità di appartenenza connesse inoltre, all’esplorazione di capacità nuove e impellenti come al far fronte alle difficoltà, all’imprevisto dovute alla trasformazione continua (relazioni, famigliari, economiche, lavorative).

Come una lettura attenta del fenomeno non può esimersi da una lettura attenta a nuove forme d’integrazione che hanno origine non solo da motivazioni economiche e strutturali ma muovono i passi anche da esigenze sociali a cui le nuove tecnologie della comunicazione rilevante ma non qualitativamente adeguata: il bisogno di stare con altri, inclusi e in rete, fare gruppo e sentirsi “appartenere”, di partecipare ed essere riconosciuti. Come abbiamo già esposto i rischi di esclusione reale (non virtuale) minano l’identità, l’autostima, la sicurezza, il protagonismo e quindi la responsabilizzazione verso se stessi, le relazioni, il contesto locale e la dimensione ambientale e territoriale più ampia;

La povertà riguarda soprattutto le famiglie giovani e con figli, gli anziani restano i meno colpiti 

Diventa quindi fondamentale ricercare e formare un “welfare partecipativo” che consiste in un insieme di teorie e pratiche che insistono su nuove forme di integrazione tra servizi pubblici, privato sociale e reti sociali circostanti, un lavoro sociale inteso come azione di interesse collettivo, dedicato all’attivazione di una propensione collettiva ad assumere la posizione progettuale dentro lo spazio pubblico e istituzionale, in un’ottica di auto organizzazione sociale istituente e istituibile (common-fare). Che cosa è il welfare collaborativo? Sono azioni che fanno dell’aiuto tra pari, dello scambio, della reciprocità il loro perno. Esistono diverse forme di collaborazione.  Rispetto ai servizi tradizionali cambia il mandato: non erogare ma connettere, non rispondere ma costruire possibilità, non più contenere i mali di una società fragile, ma facilitare, intraprendere, intermediare. Certo, i servizi essenziali, quelli rivolti alle fragilità evidenti, alle discriminazioni, devono continuare ad esistere come strumenti di tutela dei diritti, livelli essenziali di assistenza, in contemporane nasce l’esigenza di nuove forme aiuto tra famiglie, sia peer to peer, sia intermediato da facilitatori e organizzazioni; Hub territoriali, o “Community hub”, ossia luoghi di aggregazione con funzioni polivalenti, marcati territorialmente, che possono diventare incubatori di aiuto e collaborazione tra persone e gruppi; esperienze di co-abitazione, tra generazioni diverse e tra le stesse generazioni; piattaforme digitali, come spazi dove, anche per questa via, transita il nuovo e dove l’innovazione, come ci insegna la sharing economy, ha tante possibilità di esprimersi;  mobilità e i trasporti, condivisi e assistiti, un ambito dove proprio la sharing economy ha conosciuto un grande spazio di affermazione e dove il welfare collaborativo presenta differenze e specificità tutte sue.

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